Ogni volta che si parla di femminismo, prima o poi compare la stessa accusa: “incita alla guerra dei sessi”. Una frase ripetuta con tale superficialità da sembrare quasi un riflesso automatico, più che un pensiero elaborato. Eppure, basta fermarsi un attimo, guardare la storia e osservare la realtà, per rendersi conto che è un’affermazione non solo sbagliata, ma capovolta.
Se esistesse davvero una guerra tra i sessi, bisognerebbe chiedersi chi ha imbracciato le armi, chi ha fatto le vittime, chi ha scritto le regole. Non sono state le femministe a UCCIDERE, STUPRARE, PICCHIARE, TORTURARE, TRAFFICARE, MOLESTARE, ABUSARE, INTERNARE o CONTROLLARE sistematicamente le donne. Queste violenze hanno un volto preciso, ripetuto nei secoli, in tutte le culture e in ogni continente: quello maschile.
La guerra contro le donne non è un’esagerazione retorica. È una struttura storica. Le donne sono state considerate proprietà, merce di scambio, bottino di guerra, strumenti riproduttivi, corpi da disciplinare. Sono state escluse dall’istruzione, private dei diritti civili, punite per la loro autonomia, colpevolizzate per la violenza subita. Dai roghi delle cosiddette streghe (leggi l’articolo), ai delitti d’onore, dalle leggi che negavano il voto alla normalizzazione dello stupro coniugale (leggi l’articolo) , la storia parla con una chiarezza terrificante che non lascia spazio a equivoci.
E allora perché questa accusa ritorna? Perché a dirla, molto spesso, è chi non ha mai messo in discussione il contesto in cui è cresciuto , i suoi privilegi, né tantomeno se stesso. È l’uomo che pensa che il proprio desiderio per le donne equivalga automaticamente a possesso. È qualcuno che non comprende perché le donne vogliano liberarsi da catene che lui non vede, non vuole vedere e che non ha mai dovuto portare.

Chi parla di “guerra dei sessi” spesso non comprende questo contesto. Sono uomini che amano le donne come idea astratta, fin tanto che corrisponde a quello che vogliono: una donna rassicurante e ubbidiente, in definitiva una donna addomesticata. Amano le donne che non disturbano, che confermano, che riflettono il loro ego: donne decorative. Ma quando le donne smettono di essere uno specchio, come diceva bene VIRGINIA WOOLF in Una stanza tutta per sé, ( leggi l’articolo) e iniziano a essere soggetti — quando parlano, dissentono, criticano, mettono in discussione ruoli e privilegi, reclamano la propria libertà, — allora diventano improvvisamente “aggressive”, “divisive”, “estremiste”, “pazze” o “streghe”. Ancora oggi questo epiteto viene usato largamente quando si vuole offendere una donna!
Ma attenzione: non sono solo gli uomini a farlo. Esiste una categoria altrettanto dannosa, composta da donne che si fanno strumento del sistema patriarcale stesso. Le chiamiamo, mutuando il termine dalla letteratura, “ancelle del patriarcato, The Handmaid’s Tale” leggi l’articolo, anche se, personalmente, preferisco chiamarle ” serve del patriarcato”, sovente affette da gattamortismo, donne che, per paura di perdere i privilegi — spesso piccoli, spesso illusori — che il sistema concede loro in cambio della sottomissione, diventano le sue più fedeli sostenitrici. Simone de Beauvoire, la grande filosofa femminista (nonché eterna compagna di Jean Paul Sartre) recitava:
“L’oppressore non sarebbe così potente se non avesse delle fedeli collaboratrici tra le oppresse.“
Queste donne non si limitano a non partecipare alla lotta: la osteggiano attivamente. Ridicolizzano chi scende in piazza, deridono chi denuncia la violenza, accusano le femministe di “vittimismo” o di voler “distruggere la famiglia”. In questo modo, discriminano e odiano — consapevolmente o meno — le stesse donne che lottano per i diritti di tutte. Gettano fango sulle donne che ce la fanno senza porgere il fianco al sistema, su coloro che dimostrano con il proprio status vincente che l’affermazione femminile è possibile anche senza essere patrocinate dall’uomo di turno.
È un meccanismo antico quanto l’oppressione stessa: dividere chi è oppresso per mantenere il potere. E funziona proprio perché colpisce dall’interno, con la voce di chi dovrebbe essere dalla stessa parte.
Ebbene, qui lo dico, le serve del patriarcato sono il peggiore ostacolano all’emancipazione femminile!
L’8 MARZO È UN MOMENTO PER RICORDARE ANCHE QUESTO: CHE LA LIBERTÀ FEMMINILE NON È UN PRIVILEGIO NÉ TANTOMENO UNA CONCESSIONE, MA UN DIRITTO!

Celebrare la Giornata della Donna significa riconoscere la forza storica delle donne, dalle suffragette che conquistarono il voto alla modernità delle lotte contemporanee per la parità. Significa onorare e ringraziare ogni donna che ha lottato per l’emancipazione femminile, spesso rimettendoci la propria vita, leggi ad esempio l’illuminista Olympe de Gouges
Significa ricordare che la guerra che produce vittime non è quella del femminismo, ma quella contro di esso. E significa continuare a dare spazio, voce e visibilità a chi ogni giorno lotta per vivere libera.
Eppure, i fatti restano. L’unica guerra dei sessi che ha prodotto morti, feriti, corpi violati e vite spezzate è quella combattuta storicamente dal genere maschile contro quello femminile.
Quest’ 8 marzo, dunque, non limitiamoci alle mimose e ai regali simbolici. Celebriamo la memoria, la lotta e la libertà. Ricordiamo che il femminismo non ha mai scatenato la guerra dei sessi: l’ha contrastata.
CURIOSITÀ
- Il sintagma nominale “ancelle del patriarcato” ha origine dal romanzo distopico del 1985 di Margaret Atwood “ The Handmaid’s Tale”, leggi l’articolo che immagina una società futura in cui i diritti delle donne sono stati quasi completamente aboliti.
- Il neologismo gattamortismo prende origine dal gatto che si finge morto per ingannare le prede, così da farle avvicinare e poi colpirle, compare già nelle favole attribuite a Esopo. Da qui nella lingua italiana “fare la gattamorta” ha assunto il senso di mostrarsi passive e complici per ottenere qualcosa. Gattamortismo è un neologismo giornalistico e sociolinguistico diffuso soprattutto dagli anni 2000-2010, tra le figure che hanno contribuito a renderlo popolare c’è la scrittrice e intellettuale Michela Murgia. Un altro contributo del termine è arrivato dalla narrativa pop: la scrittrice Chiara Moscardelli ha pubblicato un romanzo ironico “Volevo essere una gatta morta” costruito proprio sul tema del gattamortismo
Fare la gattamorta in un paese pieno di stereotipi di genere è estremamente efficace. Senza mai dichiararlo, la gattamorta conforta l’uomo destabilizzato dal confronto con donne più autonome o comunque abbastanza impegnative da fargli temere di non esserne all’altezza. La gattamorta risolve l’ansia: lei non ti chiede alcuna altezza, devi persino chinarti.
Michela Murgia
C’è chi nasce podalica e chi gattamorta
Chiara Moscardelli
©leRossediscendonodaigatti – Testo ideato e scritto da Patrizia Zito – Immagine di Anteprima realizzata dall’ufficio grafico di Excalibur Promo
