Anna Karenina. Storia di un amore malsano

Da un «nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico», prese il via la creatività di Lev Tolstoj che non poté sottrarsi all’idea di infondere vita a un personaggio che divenne uno fra i più intensi e intrisi di pathos che la letteratura universale ci abbia mai consegnato.

Con grande capacità di scandagliare l’animo femminile e i suoi meandri, lo scrittore russo ci tramanda i tratti salienti di una donna coraggiosa e “dannata”, vittima di un amore proibito ma ancor di più vittima di se stessa.

“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

L’ incipit del libro ce ne fa capire anche il suo tenore. Scritto nel 1877 il libro racconta la difficile e contrastata, ma travolgente storia d’amore tra Anna Karenina e il conte Vronskij, spesso in antitesi a quella, autobiografica e più pura, tra Levin e Kitty.

“Il fascino suo consisteva nell’emergere sempre dall’abbigliamento, così che l’abito indossato da lei non venisse notato”

In questa frase Tolstoj racchiude la bellezza di Anna, elegante e affascinante donna dell’aristocrazia russa,( leggi anche Lou Salomé) sposata a Aleksei Aleksandrovič Karenin, un ufficiale governativo e madre di un bambino. Anna Incontra casualmente, durante un viaggio a Mosca, l’ufficiale dell’esercito, conte Aleksej Vronskij; Il primo sguardo sembra aver già segnato il destino dei due così come il luogo, la stazione ferroviaria che segnerà l’inizio e la fine del loro amore.

Il giovane ufficiale è oggetto del desiderio della giovane Kitty, che attendendo una sua proposta di matrimonio, rifiuta Konstantin Dmitrič Levin.

Aleksej sembra non avere più intenzione di sposarla da quando nella sua vita è entrata con forza la presenza disarmante della splendida Anna, capace di ammaliare e incantare con modi eleganti, delicati e raffinati.  Anna è seduttiva quanto sedotta dal bel giovane, non riesce a distogliere lo sguardo ogni qualvolta le si presenti l’occasione; e non rifiuta Aleksej neanche quando la invita a ballare un valzer: quei passi di danza sembrano sortire in loro una magia, li uniscono in un unico corpo, un’unica mente, un’unica anima.

Il Valzer del film

Il  regista Joe Wright, lo ha concepito come un ballo parlante;  il valzer tra Anna e Vronskij, con le braccia e le mani che disegnano coreografie mentre i corpi si sfiorano e si respingono, è il cuore pulsante della loro storia d’amore, sprigiona sensualità e erotismo di raffinatezza estrema. Le coreografie del film sono state curate dal belga Sidi Larbi Cherkaoui, di origine marocchina; scelta che si è rivelata vincente, è evidente l’influenza della danza del ventre nelle eleganti movenze delle loro mani, che hanno trasformato il valzer, ballo classico per antonomasia, in un turbinoso e voluttuoso richiamo dei sensi.

La passione esplode

Da questo momento non sarà più possibile fermarsi. Si innamorano perdutamente e Anna finisce per lasciare tutto per lui. Suo marito, la sua posizione sociale, suo figlio e infine la sua vita. Ma siamo nella Russia del XIX secolo, in cui le mogli non possono avere motu proprio, devono rimanere nella sfera domestica, crescendo i figli e obbedendo ai loro mariti. L’amore nel matrimonio non è contemplato e ancor meno l’adulterio. Coraggiosa, audace e determinata, Anna pensa di essere libera, nel momento in cui abbandona Karenin per unirsi a Vronskij, ma resta schiava del mondo che inizia a disprezzarla. Non c’è perdono, non ci sono amici disposti a supportarla, e Anna viene additata come la “sgualdrina”, dando scandalo nell’alta aristocrazia del suo entourage. Eppure, Anna non si dà per vinta: l’amore deve trionfare, l’amore è il motore più potente.

Non si può pensare di sottrarsi al giudizio della società ma di continuare a farne parte: la sua è solo un’illusione accecata dalla passione amorosa.

Nel momento in cui tenta di sottrarsi al giudizio altrui, fuggendo dagli occhi che la disprezzano, subisce il doppio colpo dell’umiliazione, reclusa e annullata in una casa troppo grande con un uomo che ha avuto la fortuna di nascere dalla parte giusta.

La gelosia e la paranoia distruggono la relazione

I molti momenti in cui i comportamenti di Anna ci risultano incomprensibili, detestabili, fastidiosi, sono ciò che di più bello Tolstoij potesse scrivere. Dopo essersi trasferita in una tenuta di campagna con Vronskij, nella mente di Anna iniziano ad albergare pensieri ossessivi, diventa gelosa del suo compagno, una gelosia che si manifesta in crescendo, divenendo  dispotica, ostile e possessiva. Inoltre, Anna inizia a sentirsi giudicata da Vronskij e a proiettare la propria paura e insicurezza in quello che dice a lui.

“Quegli attacchi di gelosia, che negli ultimi tempi la prendevano sempre più spesso, gli mettevano orrore, e, per quanto egli cercasse di nasconderlo, lo raffreddavano verso di lei, benché sapesse che la causa della gelosia era il suo amore per lui”

L’amore di Anna diventa “cupo e opprimente” per Vronskij, e quando Anna si adorna con un bel vestito per riaccendere la passione, non ha alcun effetto. 
Tragicamente, la gelosia di Anna – espressa attraverso la rabbia e il comportamento di controllo – fa sì che le sue paure si avverino.

La delusione di Vronskij

“Vronskij, intanto malgrado il completo appagamento di quello ch’egli aveva così a lungo desiderato, non era pienamente felice. Ben presto sentì che l’appagamento del desiderio gli aveva dato solo un granello di sabbia di quella montagna di felicità che si attendeva. Questo appagamento gli aveva mostrato l’errore che commettono gli uomini che si figurano la felicità nell’appagamento di un desiderio”

 E così Vronskij, non potendo neppure frequentare l’alta società locale a causa della situazione incresciosa in cui si trova, si dà a vari passatempi e in particolare all’arte, cercando prima nel collezionismo e poi direttamente nella pittura una forma di appagamento per quella felicità non raggiunta.

Il tragico epilogo

Anna sente che i sentimenti di Vronskij hanno perso l’ardore e l’intensità, percepisce la delusione del suo amato. Si convince che Vronsky non la ami più e che sposerà una pretendente scelta per lui da sua madre. In realtà quello che più di ogni altra cosa Anna desidera è il suo amore e la rassicurazione di essere ancora desiderata. Durante un forte diverbio, gli dice che la loro relazione è finita e gli chiede di lasciarla per sempre. Prendendola in parola, Vronskij decide di non poter fare più nulla e la lascia sola.

Si evince l’egoismo di un uomo che provava solo una forte passione, l’ubriacatura dei sensi, svanita la quale al presentarsi dei problemi, non si cura dei tormenti dell’animo di una donna che per lui, incautamente, ha lasciato ogni cosa: marito, figlio, vita sociale, reputazione e tutta se stessa. Lui vuole continuare a fare la sua vita e Anna è soltanto un intoppo, un incauto inciampo.

Anna prende la sua partenza come prova che i suoi sospetti fossero giusti e in preda al panico  lo insegue quando lui è già partito.  In sua assenza, Anna si getta sotto un treno in corsa.

L’epigrafe di Anna Karenina recita: “A me la vendetta; le renderò il dovuto.”

Con il suicidio Anna pensa di poter far pagare a Vronskij il dolore che le ha cagionato. La fatale passione, l’amore malsano e il desiderio di vendetta erano più forti dell’amore per se stessa.

Curiosità

Forse non tutti sanno che la tragica storia della protagonista trae ispirazione da un avvenimento realmente accaduto. Nel gennaio del 1872, infatti, la stampa russa informò della morte di una donna di 35 anni, Anna Pirogova. La donna era vestita in maniera elegante e portava una borsa con un cambio di vestiti. Si era gettata sotto un treno in corsa alla stazione di Yasenki, fuori Mosca. Anna era una lontana parente della stessa moglie di Tolstoj e amante di un suo amico, Alexander Bibikov. Presto si scoprì che Bibikov aveva detto ad Anna che l’avrebbe lasciata per sposare la nuova governante del figlio e Anna non aveva retto al dolore e si era suicidata. La donna aveva lasciato un biglietto per Bibikov in cui c’era scritto: «Tu sei il mio assassino. Sii felice, se un assassino può essere felice». Tolstoj aveva assistito personalmente alla veglia funebre e sicuramente vedere il corpo sfigurato di una donna che aveva conosciuto bene lasciò in lui una traccia indelebile tanto che le analogie con la storia reale sono molteplici.

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