Florence Welch: l’ultima musa dei Preraffaeliti.

Un concerto che diventa rito

Due sere fa a Milano è andato in scena un concerto che mi ha emozionato fondendosi con ogni parte di me.

Florence Welch & The Machine si è esibita stregando e ammaliando la platea adorante, oltre che la sottoscritta. A piedi nudi, abito nero e una presenza magnetica, ha guidato il pubblico dentro uno spettacolo-rituale che mescola teatralità, misticismo e ferite personali, alternando i brani del nuovo disco Everybody Scream alle hit che hanno reso Florence Welch una delle voci più riconoscibili della sua generazione: Shake It Out, You Got The Love, What Kind Of Man, King e Which Witch.

Una donna fuori dal tempo

Esistono donne che non appartengono al proprio tempo. Le si riconosce subito. Non seguono una moda, non rincorrono il consenso, non costruiscono un personaggio. Semplicemente abitano un universo che sembra provenire da un’altra epoca. Quando ho visto Florence Welch per la prima volta, non ho pensato a una cantante. Ho pensato a una sopravvissuta ai roghi della caccia alle streghe.

Quelle chiome color rame, gli abiti che sembrano usciti da un atelier vittoriano, il corpo che sul palco fluttua e si muove con la gestualità di una sacerdotessa più che come una pop star, le ballerine — una congrega più che un corpo di ballo —, un cerchio magico intorno a lei.

Mi è bastato un istante per capire che quell’immagine mi era familiare.

Florence Welch – Concerto Milano _ 03/07/2026

L’erede delle muse preraffaellite

Era l’eco delle donne preraffaellite, in cui le figure femminili non erano semplici modelle per gli artisti, ma creature simboliche: Ofelia, Proserpina, Medea, Circe, Elena. Figure sospese tra la terra e il divino. Anche Florence Welch sembra appartenere a quella genealogia. Le sue canzoni non raccontano soltanto amori o delusioni. Parlano di rinascita, di morte simbolica, di desiderio di libertà, di ombre interiori. Il vento, l’acqua, il fuoco, il bosco, gli uccelli, il sangue e la luce diventano il lessico con cui costruisce la propria poetica. Non interpreta la natura. La incarna.

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Ascoltandola si ha spesso la sensazione che la voce non provenga semplicemente dalla gola, ma da qualcosa di molto più antico. Come se il canto custodisse ancora la memoria dei miti.

La bellezza come memoria

Ed è forse questo il motivo per cui la sua musica sfugge alle classifiche.

Non è stata pensata per essere consumata.

È stata pensata per essere attraversata.

Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di semplificare tutto, di omologare tutto: le idee, le emozioni, perfino le persone.

Florence Welch, invece, sceglie la complessità.

Non teme il simbolo, non teme il silenzio, non teme di essere diversa e di manifestare la propria essenza.

E soprattutto non teme di essere profondamente femminile senza adattarsi agli stereotipi della femminilità.

Sacerdotessa, strega, dea

Florence Welch incarna la strega, la sacerdotessa, la vestale, la maga, la dea. La sua forza non nasce semplicemente dal rifiuto dell’omologazione, ma dall’unicità che rappresenta. Nasce dalla capacità di trasformare il mistero e la magia in linguaggio artistico. Per questo motivo non riesco a considerarla soltanto una cantante. La vedo piuttosto come una moderna erede di quelle donne che i Preraffaelliti dipingevano immerse nell’acqua, circondate da fiori, avvolte da lunghi capelli ramati che sembravano trattenere il vento. È come se il pennello fosse diventato nota musicale.

Florence Welch ci ricorda che la bellezza non è solo ornamento.

È memoria.

È cultura.

È mito.

È il coraggio di custodire la propria identità anche quando il mondo chiede di diventare tutti uguali.

“I am king”

La canzone King, pubblicata nel 2022 tratta dall’album Dance Fever ha una forza incredibile, il ritornello recita:

 “I am no mother. I am no bride. I am king.”

Io non sono madre. Io non sono sposa. Io sono un re”

Questa è una delle canzoni più intime e potenti che Florence abbia mai scritto. Non è un rifiuto della maternità o dell’amore: è il racconto di un conflitto. Florence descrive il peso che molte donne sentono quando la società sembra chiedere loro di scegliere tra la realizzazione personale e quella familiare. Da un lato c’è la vocazione artistica, quasi divorante; dall’altro la possibilità di diventare madre. Lei stessa ha spiegato che il cuore della canzone è proprio questa tensione: la paura di non poter avere entrambe le cose.   La frase “I am no mother. I am no bride. I am king.” è potentissima anche sul piano simbolico. “La mia identità non è determinata dal diventare madre o moglie. Scelgo un’altra strada.” È una dichiarazione di autonomia, non un giudizio sulla maternità o sul matrimonio in sé.

Non dice: “Sono una regina.” Dice “Sono un re.”

La scelta del sostantivo maschile è deliberata. Per secoli il potere assoluto, la libertà di mettere il proprio destino e la propria opera al primo posto, sono stati privilegi attribuiti ai re. Le donne, invece, venivano identificate soprattutto come mogli, madri o figlie di qualcuno. Con quella dichiarazione Florence si appropria di uno spazio che storicamente è stato negato alle donne.  

Tra magia e medicina

Ma c’è un ulteriore aspetto per cui questa frase è significativa: quando King uscì nel 2022, Florence non aveva ancora raccontato pubblicamente la sua esperienza della gravidanza extrauterina, che avvenne nel 2023 durante il tour di Dance Fever. Solo nel 2025 spiegò che quella vicenda aveva dato un significato quasi profetico ad alcuni versi già scritti, dicendo addirittura: “Vorrei che le canzoni fossero state meno accurate nelle loro previsioni.”  

Ed è dopo quell’esperienza che Florence ha parlato in modo esplicito del rapporto tra stregoneria, medicina e guarigione. In un’intervista ha detto una frase molto significativa:

“Modern medicine absolutely saved my life, but you can’t go anywhere about birth without finding witchcraft and magic and medicine.”  

“La medicina moderna mi ha letteralmente salvato la vita, ma non si può parlare di nascita senza incontrare la stregoneria, la magia e la medicina.”

Questa frase racconta perfettamente la sua visione. Florence non mette in contrapposizione la spiritualità e la scienza. Anzi, riconosce che:

  • la medicina è ciò che le ha salvato concretamente la vita grazie all’intervento d’urgenza per la gravidanza extrauterina;
  • la magia, la stregoneria e il simbolismo femminile sono invece il linguaggio con cui ha cercato di dare un significato spirituale a quell’esperienza.  

Questo, secondo me, è uno degli aspetti più affascinanti di Florence Welch: non idealizza un ritorno a un passato “magico” rifiutando la scienza. Al contrario, vede le antiche figure delle guaritrici e delle levatrici come parte della storia delle donne, ma riconosce con assoluta lucidità che la medicina moderna le ha permesso di essere ancora viva.

La corona e la spada: forse l’arte ha un prezzo da pagare?

C’è poi un’immagine che trovo straordinaria nel brano King

“I need my golden crown of sorrow

My bloody sword to swing

My empty halls to echo with grand self-mythology.” 

“Ho bisogno della mia corona d’oro di dolore,

della mia spada insanguinata da brandire,

delle mie sale vuote che riecheggino della mia grandiosa mitologia personale.” 

King – Florence Welch

Florence dice di avere bisogno della sua “corona d’oro di dolore” e della sua “spada insanguinata” per continuare a creare. È una delle immagini poetiche più potenti scritte da Florence Welch: la corona rappresenta il peso della vocazione artistica, la spada insanguinata la lotta e i sacrifici necessari per creare, mentre le sale vuote evocano la solitudine che spesso accompagna chi dedica la propria vita all’arte.  

È quasi una sacerdotessa-guerriera che riconosce come la propria arte nasca anche dalle ferite, dalla solitudine e dal sacrificio.  

È una di quelle canzoni che non parlano solo della vita di Florence: parlano di tutte le donne che hanno dovuto chiedersi quanto spazio fosse loro concesso per essere semplicemente se stesse.

Le donne che cambiano il linguaggio del mondo

Forse è proprio questo il motivo per cui Florence Welch continua a esercitare un fascino così profondo su chi la ascolta.

Ci ricorda che la vera forza non consiste nell’assomigliare agli altri, ma nell’avere il coraggio di custodire la propria natura, anche quando questa appare fuori dal tempo, o per molte menti chiuse, addirittura pazzia.

Per questo continuo a vederla come l’ultima musa dei Preraffaelliti, perché ne raccoglie l’eredità spirituale: quella di donne che non sono mai semplici protagoniste della storia, ma custodi di un immaginario antico, capace ancora oggi di parlarci di libertà, identità e bellezza.

E allora forse le Muse dei pittori Preraffaelliti non sono mai scomparse. Hanno semplicemente cambiato linguaggio. Oggi, invece di essere ritratte su una tela, salgono su un palco. E continuano a raccontare la stessa storia.

Florence Welch – Concerto Milano – 03/07/2026

©leRossediscendonodaigatti – Testo ideato e scritto da Patrizia Zito – Immagine di Anteprima realizzata con IA

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